GOCCE DI STORIA
Affreschi scomposti
sorvolano prospettive blindate
in accordi sfaldati
alla ricerca di solarità.
Rinasce un copione
sgranellato da giacigli di comete
spiaggiate in un rosaceo manto di tamerice,
mastice di gocce di storia
in cui dolcemente
perdere il senno.
@Silvia De Angelis
La poesia di Silvia De Angelis si presenta come una trama visionaria, quasi un affresco onirico — e non a caso il testo si apre proprio con “affreschi scomposti”, immagine che contiene già la chiave di lettura dell’intero componimento.
Qui la storia non è lineare né rassicurante: è frammentata, “sorvola” senza mai posarsi del tutto, attraversa “prospettive blindate”, cioè visioni chiuse, forse difese interiori o epoche sigillate. L’uso di termini come accordi sfaldati suggerisce una musicalità dissonante: non armonia, ma una ricerca di armonia, una tensione verso quella “solarità” che resta obiettivo più che conquista.
La seconda strofa introduce una rinascita, ma non limpida: il “copione” che rinasce è “sgranellato”, consumato dal tempo o dalla memoria. Le immagini diventano cosmiche e insieme terrestri: “comete spiaggiate” è un ossimoro potente, che porta il cielo a terra, trasformando l’infinito in qualcosa di arenato, fragile, quasi relitto.
Particolarmente suggestiva è la “tamerice” dal “rosaceo manto”: pianta di confine, spesso legata a paesaggi costieri o aridi, qui diventa scenario di una bellezza tenue, quasi crepuscolare. In questo spazio, la storia si fa “mastice di gocce”: non più racconto continuo, ma collante di frammenti, memoria liquida che tiene insieme ciò che è disperso.
E il finale è forse il punto più rivelatore: “perdere il senno” non appare come smarrimento negativo, ma come abbandono dolce, necessario. È un lasciarsi andare dentro la stratificazione del tempo, dentro una storia che non si può dominare razionalmente ma solo attraversare.
In sintesi, la poesia lavora per immagini dense e stratificate, con una forte componente simbolica e sensoriale. Non racconta la storia: la evoca come esperienza interiore, come paesaggio da abitare più che da comprendere. E proprio in questa sospensione tra visione e dissolvenza risiede la sua forza.

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